
L’altro giorno mi sono ricordata del nascondino. Quel gioco che facevamo da bambini in cui tutti si dividono, si nascondono e uno solo resta a contare. Dopo aver contato fino alla cifra stabilita, l’uomo solo va a cercare gli altri. Il gioco non finisce finché tutti non vengono scovati e finché l’ultimo giocatore non viene battuto sul tempo da colui che ha svolto la conta.
Riflettevo sul misto di emozioni, tra euforia e paura, che si provano a stare nascosti, sicuri che prima o poi arriverà il nostro turno. Certi che, ad un certo punto, verremo trovati o troveremo il coraggio di lasciare il nostro nascondiglio. E allora dovremmo correre, mettere alla prova le nostre gambe intorpidite dall’immobilità e tentare di salvarci.
Ognuno salva sé stesso, ognuno corre per la sua salvezza. Per non dover mai occupare il posto di colui che conta, che, d’altra parte, si trova a svolgere il ruolo del “cattivo”. Colui che scova e rincorre. Colui che ha il potere di decidere il suo successore. L’unico che gioca contro tutti.
Uno contro tutti e ognuno per sé. Metafora interessante, no?
C’è solo un aspetto che mi ha colpito nel mio ricordare. L’ultimo dei nascosti, l’unico che non è stato visto. Che non ha avuto fino ad allora il coraggio di buttarsi e rischiare, ha la possibilità di riscattare tutti. Secondo le regole del gioco, l’ultimo rimasto nascosto, nonostante non corra il rischio di dover poi svolgere la conta, ha la possibilità di tentare un atto eroico di generosità. Può tentare la corsa, con le gambe più intorpidite degli altri, con le gambe più assonnate e arrivare nel punto della conta, pronunciando il famoso “liberi tutti!”. Così facendo mette in secondo piano la libertà sua personale, riscattando e liberando anche quella di tutti gli altri, e costringendo il contatore a ricontare.
Ora immaginiamoci nascosti, incuranti di come il gioco sta procedendo. Immaginiamo solo di sapere che qualcun altro ha avuto sicuramente un destino peggiore del nostro. Qualcuno è già stato scovato, ha corso tentando la salvezza ma ha perso, e si trova ad attendere. Attende la sua ultima opportunità di salvezza. Attende che l’ultimo rimasto nascosto sia così attento, così coinvolto dal gioco, da accorgersi che una frase potrebbe salvarlo dalla conta, potrebbe liberare tutti.
Immaginiamoci nascosti e di capire tutt’un tratto che siamo noi gli ultimi. Sentiamo le voci dei nostri compagni di gioco in lontananza, sentiamo che alcuni si disperano e altri gioiscono per aver corso più veloce del contatore. Immaginiamoci di sentirli parlare di noi. Di sentirli dire che siamo gli ultimi, dopo di noi nessun’altro.
Quanta dignità avrebbe tentare la corsa. Tentare di arrivare alla meta, di arrivarci veloci, con le gambe forti. Quanto eroismo sentiremmo nella nostra voce, dopo che con la mano avremmo toccato la conta pronunciando “liberi tutti”.
Io vorrei correre verso la conta, vorrei poterlo fare e immaginare di urlare “liberi tutti” anche se non ho la certezza di essere l’ultima rimasta in gioco. Perché la libertà mi ha sempre dato una certa euforia e vedere gli altri festeggiare la libertà mi riempie le ossa.
Mi chiedo ora se non ci sia solo un piccolo difetto in questo gioco, che eppure insegniamo ai bambini. Un difetto nelle parole che vengono associate alla libertà. C’è davvero bisogno delle bombe per liberarli tutti? Dopo l’immobilismo, il silenzio forzato, la corsa, la fatica, la paura. Le bombe erano davvero necessarie?
Palestina libera. Che la pace liberi tutti!
Caterina
